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Biblioteca Classense - Ravenna

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RELAZIONE METODOLOGICA

 

Il complesso monumentale della Biblioteca Classense  articola il proprio sviluppo planivolumetrico in cinquecento anni di  controverse vicende storico-architettoniche.

Tale complessità si è tradotta  in una oggettiva difficoltà nel ricostruirne le tappe evolutive che solo dopo una approfondita ricerca archivistica, un meticoloso  rilievo metrico-materico e una attenta lettura della tessitura muraria è stato possibile riscoprire.

Analizzando il succedersi nel corso dei secoli delle diverse funzioni ospitate dal complesso conventuale, il conseguente adeguamento che la struttura ha richiesto per ospitarle, si coglie che il manufatto giunto fino a noi è  il risultato di molteplici stratificazioni che vanno lette, decodificate ed interpretate, al fine di impostare un intervento metodologicamente corretto sia dal punto di vista del restauro, sia della riorganizzazione funzionale.

In particolare l’intervento dell’Arch. Dezzi Bardeschi con particolare riferimento al piano ammezzato, prescindendo dalla possibilità di un intervento globale all’interno della Classense città-palazzo, mostra un carattere locale e particolaristico, che non tiene conto della complessità distributivo-funzionale della Fabbrica.

 Diventa così possibile individuare il sistema di invarianti  tipologiche, strutturali, artistiche, che diventano linee guida del progetto. E’ la compatibilità di questo schema complesso con nuove destinazioni d’uso che va affrontata attraverso un confronto rigoroso con le normative oggi vigenti

Il processo di ricostruzione storica ha permesso di chiarire i meccanismi costitutivi della Biblioteca Classense, sia dal punto di vista funzionale che delle regole distributive permettendoci di coniugare le richieste della normativa vigente in tema di sicurezza, prevenzione incendi, igiene e abbattimento delle barriere architettoniche, e quelle di  uso della fabbrica compatibilmente con la conservazione del vasto materiale librario e documentale. 

Il progetto consiste nella riorganizzazione funzionale del complesso monumentale caratterizzato da molteplici destinazioni d’uso e da una sommatoria di situazioni disomogenee e spesso incongrue; il primo stralcio, pur non intervenendo architettonicamente in modo significativo se non per la costruzione del nuovo vano scala, è stato pensato come fase e punto di partenza per gli stralci successivi; le scelte fatte gettano le basi per una riorganizzazione distributivo-funzionale attenta alle esigenze dell’utenza e rispettosa dell’evoluzione della fabbrica.

Tale metodo ci ha portati a riscoprire percorsi e elementi caratterizzanti l’involucro e la distribuzione  interna, che verranno opportunamente ripristinati negli stralci successivi;

la congiunzione al sistema conventuale della parte già occupata dal Liceo Artistico costituisce un importante occasione per rivisitare l’attuale organizzazione spaziale e per conferire un consistente ampliamento con la garanzia  della massima rispondenza alle norme di sicurezza e fruibilità per operatori ed utenti.

L’intervento su questo particolare edificio si fonda sulla convinzione secondo cui gli ambiti settoriali, di specializzazione nel settore del restauro vadano rivisitati in un’ottica multidisciplinare per giungere ad un progetto di sintesi progettuale e pragmatica capace di interpretare in modo sincretico l’organismo architettonico coniugando le diverse forme di architettura, firmitas, venustas, utilitas, in un rapporto dialettico fra teoria e tecnologia  del restauro.

La cultura tecnologica, si esprime con sempre maggiore sistematicità nella fase progettuale, per definire e precostituire la qualità funzionale e tecnica dell’intervento. La stessa interpretazione delle norme, in questo approccio dialettico col costruito, permette di individuarne deroghe ed eccezioni utili al progetto.

Destinare tutto il complesso monumentale ad un’unica funzione, ci ha fornito lo spunto per ricompattare e omogeneizzare la fabbrica, ristabilendo quei delicati equilibri turbati nel corso dei secoli.

La decisione di collocare il nuovo corpo scala  in aderenza alla biblioteca a nord-ovest del chiostro maggiore  nasce dalla incompatibilità della struttura distributiva della fabbrica con il  sistema di connettivi verticali e con le funzioni ospitate nel nuovo corpo di fabbrica, progettato per assicurare a qualunque utente una agevole fruizione dell’edificio; tale organismo si inserisce in un contesto architettonico consolidato e fortemente connotato tipologicamente, rivendicando la propria autonomia compositiva mediante l’utilizzo di forme e materiali che non stridono con le preesistenze ma ne reinterpretano gli stilemi secondo i dettami della moderna tecnologia.

La rifunzionalizzazione è stata raggiunta trasferendo le attività nei luoghi che “naturalmente” sono più idonei ad ospitarle, riaprendo percorsi occlusi e rendendo accessibili al pubblico spazi di notevole interesse storico, che ben si inseriscono nel sistema di connettivi orizzontali e verticali; riaprire il chiostro piccolo al piano terra e all’ammezzato è certamente una scelta  che restituisce una compiuta circolarità ai percorsi permettendo di godere appieno della complessa configurazione distributiva della fabbrica. Destinare gli spazi al piano terra alla pubblica fruizione, rendendo sempre più specifiche le attività mano a mano che si procede verso i piani superiori, rende la distribuzione e la fruibilità indubbiamente più logica e funzionale permettendo agli utenti il raggiungimento agevole delle sezioni di più frequente utilizzo; la ricomposizione del percorso attorno al chiostro grande al piano primo, crea una suggestione ed un richiamo all’impianto monastico che nel rispetto della tradizione storico-achitettonica della biblioteca ne valorizza il potenziale come luogo e centro di cultura dinamico e rispondente alle esigenze degli utenti.

L’occasione di un intervento globale consente una totale rivisitazione oggi su un edificio-città caratterizzato da un sistema spesso avvilito e interrotto.

L’idea di poter ricomporre questa unità di tipo “urbano” distingue fondamentalmente questo tipo di intervento rispetto a quello operato a suo tempo da Dezzi Bardeschi in cui si inseriscono a forza funzioni nelle aree disponibili oggi non più considerate “abitabili” e con interventi che accentuano la puntualizzazione su episodi (ad esempio la scala) ma non consentono di cogliere la scala grandiosa dell’insieme.

Tuttavia anche questi interventi appaiono pregevolmente storicizzati e arricchiscono di episodi irripetibili  il già ricco complesso monumentale.